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ezechiele
pubblico spazio per discutere di cinema


Diario


25 giugno 2010

a-team




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17 giugno 2010

in principio Griffith creò il cinema



Robert Harron guarda D.W. Griffith che legge il giornale


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16 giugno 2010

ombre che camminano

 

 







Consumati, consumati, breve candela! La vita non è altro che un'ombra che cammina; un mediocre attore che si pavoneggia e si dimena sul palcoscenico per il tempo della sua parte e poi non si ode più oltre




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14 giugno 2010

we're on the road to paradise

" We gotta go and never stop going till we get there."
"
Where we going, man? "
" I don't know but we gotta go. "

                                        Jack Kerouac





12 giugno 2010

tempo di lettura (2)




"Beauty is truth, truth beauty," - that is all
        Ye know on earth, and all ye need to know.




12 giugno 2010

tempo di lettura









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10 giugno 2010

elogio dell'immagine fissa


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7 giugno 2010

(dead) men at work

James Byron Dean (Marion, 8 febbraio 1931  – Cholame, 30 settembre 1955)
Sal Mineo (Salvatore Mineo Jr.) (New York, 10 gennaio 1939  – West Hollywood, 12 febbraio 1976)
Nicholas Ray (Raymond Nicholas Kienzle) (Galesville, 7 agosto  1911 – New York, 16 giugno 1979)
Natalie Wood (Natalija Nikolaevna Zaharenko) (San Francisco, 20 luglio 1938 – Isola Catalina, 29 novembre 1981)
Dennis Hopper (Dodge City, 17 maggio 1936  – Venice, 29 maggio 2010)

Grande articolo dall'archivio di Vanity Fair da leggere assolutamente.














5 giugno 2010

i have a dream






Il piacere di vedere i film come andrebbero visti sempre: senza alcuna immagine prestabilita, senza niente a cui attaccarsi a priori, senza dover lottare sordamente contro un' "idea di partenza".


Immaginare un mondo alla rovescia dove il film potrebbe contare su una settimana di programmazione prima di veder apparire le prime critiche.


[serge daney]






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4 giugno 2010

dark mirror



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4 giugno 2010

cinephilie



4 giugno 2010

lo sguardo ingenuo







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4 giugno 2010

la morte al lavoro



19 febbraio 2010

DETESTABILI resti

Era da anni che non mi capitava di vedere un film così profondamente brutto.
E non utilizzo la parola, che detesto come definizione di un’opera, a caso: in “Amabili resti” c’è tutto quello che un regista dell’esperienza di Peter Jackson NON dovrebbe fare. A questo punto i casi sono due: o lui è un bluff che si nasconde dietro progetti azzardati sì, ma in fondo a prova di bomba (Il signore degli anelli, King Kong) floppando quando prova qualcosa di personale/originale (The frighteners – sospesi nel tempo, che pochi ricordano) oppure esser dimagrito troppo in fretta gli ha fatto male. Non c’è altra spiegazione: non si può cadere in errori così grossolani, leggerezze così insostenibili, come ha fatto nell’ultima sua fatica. 
Cappuccetto ridicolo incontra il killer della famiglia del Mulino Bianco

Difetti che nascono probabilmente in sede di sceneggiatura: la premiata ditta Jackson, Boyens & Walsh stavolta prende un abbaglio di dimensioni ciclopiche. Il testo di partenza certo non aiuta, ma ci si può legittimamente chiedere che sarebbe successo se la materia fosse stata in mano a qualche altro regista-sceneggiatore di rango. 
Era veramente da tempo che non si vedeva un film sbracare completamente dalla metà in avanti, con punte di idiozia sublimi nel finale. Una prima mezz’ora apprezzabile, che illude sul resto, e poi… poi arriva la CGI, il soprannaturale, e tutto deraglia nella maniera più insopportabile, scontata, ridicola, avvilente, banale e… *sbadiglio*
Tensione creata in maniera elementare e grossolanamente sopra le righe (che ottiene dunque l’efetto contrario), l’inspiegabile spiegato da una voce off da strozzare gli sceneggiatori (pensa te!), tocchi “fantasiosi” già visti da decenni, e non intendo fare nomi per non scomodare referenti che tra loro non devono avere niente a che spartire (traduzione: il film mischia visivamente capolavori e cagate pazzesche)
Spicca Stanley Tucci, bravo pur se grottesco, esasperato, stereotipato. Nei rapporti familiari sbrigativi, abbozzati, Mark Whalberg e Rachel Weisz sono completamente sprecati, fuori fuoco. Non commento il personaggio di Susan Sarandon, che sembra arrivare da un altro film… e ci recita pure! Saoirse Ronan dopo il primo tempo vorresti solo che scomparisse, ma non è colpa sua, povera ragazzina: Jackson fa di tutto per farcela odiare. 
Effetti speciali altalenanti, stucchevoli, di seconda mano. Il piano della realtà e quello dell’aldilà che non interagiscono e sono male amalgamati. E sapete che vi dico? Mi sono stufato pure di parlarne, di questo film fastidioso, presuntuoso e inutile.
Una debacle da dimenticare e cancellare presto, un campanello d’allarme che dovrebbe far riflettere per bene il suo autore: la fama e la gloria non durano per sempre e non tutti riescono a campare artisticamente di rendita. Se vuoi goderti la stima e la difesa a tutti i costi degli invasati del Signore degli anelli fai pure, ma prima o poi dovrai dimostrarci di avere per davvero le palle di fare qualcosa di tuo, mr. Peter Jackson… 


2 novembre 2009

Where the wild things are (qualcosa perso dentro...)

 

Eccolo qui, Where the wild things are. L’attesa per me era tanta, le aspettative incontrollabilmente alte, i timori altrettanto grandi. E, a conti fatti, giustificati: questo è più che mai un film destinato a spaccare in due i giudizi, senza mezzi termini. Per un semplice motivo: è un film per bambini, solo per bambini, o per chi ancora è in grado in qualche modo strano di sentirsi bambino. Perché è una pellicola costruita sul niente. La parte iniziale, girata con un’onestà, una sincerità ed un tocco proprio dei grandi autori, è forse l’unica che può riuscire ad accontentare tutti (inteso come pubblico indifferenziato). Poi è tutta una discesa nella testa di max, nelle sue fantasie infantili e selvagge, nel suo mondo chiuso e sterminato, dominato da emozioni forti, mostri, creature, anzi “cose” dalle personalità uniche, elementari, travolgenti e spaventose. Un film sopravvissuto a traversie produttive, contrasti tra warner bros e regista, compromessi, un probabile parziale rimontaggio: eppure l’essenza della fiaba c’è, il senso della meraviglia anche, un incomprensibile fascino che forse solo i bambini possono cogliere appieno. E una messinscena fortunatamente, volutamente, violentemente scabra, evocativa, quotidiana e primordiale. Senza immagini leccate e strizzatine d’occhio ruffiane.
Perché, se non l’avete capito, questo è un film per bambini, ma per bambini veri, quelli che ancora non sanno chi o che cosa sono, non si fanno problemi e non possono ancora (buon per loro) capire i grandi. Bambini che non hanno bisogno di storie preconfezionate, con uno schema, una spiegazione urlata, dei perché: basta un niente o quasi perché possano viaggiare con la fantasia. E poi sì, per gli adulti ci sono i livelli di lettura, le creature sono tutte proiezioni di max, aspetti della sua personalità, pieni o nascosti, eccessivi, insicuri, aggressivi, contestatori, silenziosi, rassegnati, ragionevoli, amorevoli. E sì, ci sono pure i riferimenti alla mamma e alla sorella. Ma se pensate di trovarli squadernati come in un qualunque film disney, siete completamente fuori strada.

Su un film come questo si potrebbero spendere fiumi di parole per sviscerare semplici sensazioni ed interpretazioni, tutte ugualmente giuste, tronfie e interessantissime. Ma forse il segreto non è sullo schermo: è in noi. Se c’è almeno una creatura selvaggia che alberga nella nostra anima infantile, non c’è bisogno di un doppio apricuore per far penetrare questo triste, profondo, scatenato, crudele e sbilenco piccolo apologo dentro.

Note: il piccolo Max Records, il bambino più intenso ed espressivo che la storia recente del cinema fantastico ricordi, non piaceva alla warner bros, che voleva sostituirlo. Idioti.


1chi


7 ottobre 2009

film della settimana

Martedì 6 ottobre ore 21.30
Prime visioni
I LOVE RADIO ROCK

di Richard Curtis, GB 2009 – 135’
con Kenneth Branagh, Philip Seymour Hoffman, Bill Nighy

Inghilterra, 1966. L'etere britannico è monopolizzato dalla BBC e per ordine del ministro Dormandy gli amanti del rock 'n roll hanno a disposizione solo due ore a settimana di trasmissione per ascoltare la loro musica preferita. Ma nel bel mezzo del mare del Nord c'è una barca che ospita una stazione radio pirata, gestita da un gruppo di eclettici DJ, che trasmette 24 ore su 24 di pura musica rock e pop. I Love radio rock si presenta come una sorta di musical pop-rock condotto da un gruppo di attori strepitosi e meravigliosamente assortiti, capaci di calarsi nei panni di personaggi mitici e reali che hanno fatto sognare una generazione intera di inglesi. Oltre a Branagh (e a un cameo strepitoso di Emma Thompson) c'è uno straordinario Philip Seymour Hoffman nei pani de Il Conte, il barbuto grosso leader americano della radiofonia libera. E poi, a capo di tutta la baracca, c'è Bill Nighy, il manager, elegante, raffinato, illuminato, completamente fuori di testa. Insomma c'è di che divertirsi in questa ricostruzione raffinata e musicalmente ineccepibile. (Alberto Crespi, L'Unità)

Mercoledì 7 ottobre ore 21.30
Prime visioni – Un pianeta in pericolo
EARTH – LA NOSTRA TERRA

di Alastair Fothergill, Mark Linfield
GB 2008 – 90’

Un’orsa polare e i suoi cuccioli emergono per la prima volta dalla loro tana sotto la neve. Un branco di elefanti attraversa il deserto africano in cerca di acqua. Una megattera e il suo cucciolo nuotano dai Tropici fino all’Antartico per trovare cibo. Earth. La nostra Terra racconta le appassionanti avventure di alcuni animali in lotta per la sopravvivenza. Ma la produzione, targata Disney, non ha messo i suoi cameraman solo sulle orme di alcuni animali: a essere drammatizzato è anche il corso della luce solare che sfiora la curva del nostro pianeta, o il viaggio delle nubi che portano l’acqua da un continente all’altro. In questo modo le piccole storie – quella dell’elefantino o della balenottera - si legano ai movimenti che ne sovrastano i destini, come la rotazione dell’asse terrestre o la variazione della temperatura globale. Il nostro è un pianeta in lotta di sopravvivenza. E noi con lui.




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29 settembre 2009

film della settimana

Martedì 29 settembre ore 21.30
Prime visioni
AMORE E ALTRI CRIMINI
di Stefan Arsenijevic, Serbia 2008 – 106’
con Anica Dobra, Vuk Kostic

Vite raccolte in un fazzoletto di palazzi come nella Gomorra di Matteo Garrone. Ma non c’è Napoli sullo sfondo, c’è una Belgrado sospesa tra una delinquenza semiorganizzata e un desiderio di rivalsa, innocenza, amore. Dopo una serie di fortunati cortometraggi, il giovane regista Stefan Arsenijevic tenta di raccontare in modo personalissimo la sua Serbia oggi. Le cose sono cambiate dopo la caduta di Milosevic e, nella transizione da una società di criminali a una di consumatori, si trascinano le esistenze di Anica, Milutin e Stanislav. Anica, come tanti, è decisa a lasciare la sua terra e il boss a cui è legata. Ma l’amore è criminale, giunge quando meno te l’aspetti, bussa alla sua porta proprio il giorno della sospirata fuga. Arsenijevic mette il dito nella carne viva, senza lesinare una disperazione che ben conosce. Lo fa con freschezza, perché, in quell’ammasso di cemento che è la sua casa, si nascondono la magia e la poesia della voglia di ricostruire. Autoriale, a tratti lirico. Agrodolce come tanto cinema balcanico, saggio come quello che si muove nei territori del disagio, e che per questo sceglie l’ironia e il disincanto. In cui una risata lieve ti sorprende tra le lacrime. (Cristina Borsatti, Film Tv)

Mercoledì 30 settembre ore 21.30
Prime visioni – Un pianeta in pericolo
TERRA MADRE
di Ermanno Olmi, Ita 2009 – 78’

Al Forum Mondiale Terra Madre e durante altri appuntamenti internazionali, Ermanno Olmi, con sette troupe leggere composte da allievi della sua scuola IpotesiCinema, ha ripreso ore e ore di interventi, dibattiti, prese d’atto e invocazioni. Tra le scene montate come in un reportage militante, scorci di agghiacciante presente: colture industriali, animali prigionieri, terre aride, acque putride. Il regista soprattutto su queste si concentra, le acque. Lo scorrere dei fiumi, le risacche, i bagnasciuga violentati da schiumogeni. Anche il mare cancrenizzato riesce a rendere poetico, come un monito macabro che però mantiene un briciolo di possibilità per un futuro “verde”, e migliore. Ce la faremo? Sì, dobbiamo, ma apriamo gli occhi e rendiamoci conto che siamo tutti responsabili. (...) Co-produce la Cineteca di Bologna; collaborano un altro maestro di silenzi e gocce, Franco Piavoli, regista del segmento L’orto di Flora, e Maurizio Zaccaro, che segue la filosofa dell’agricoltura della sussistenza e delle biodiversità Vandana Shiva tra le sue colture. Adriano Celentano, cresciuto con Olmi in una Milano che non esiste più, canta Un albero di trenta piani, ma sono le musiche di Bach a rendere ancora più straniante e assurda l’agonia della Terra. (Mauro Gervasini, Film Tv)




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28 settembre 2009

Visti DISTRICT 9 e PEHALM 123


Del primo poco da aggiungere rispetto a quanto già scritto nella puntuale analisi di [1chi] poco più sotto.

Vorrei solo osservare come DISTRICT 9 sia l'ennesimo esempio di film in cui l'utilizzo di immagini apparentemente raw, crude, non elaborate, come quelle delle videocamere di sorveglianza, o dei filmini amatoriali, sembra voler trasmettere un surplus di realismo, la ricerca di uno statuto di veridicità.

Pur considerando che si tratti semplicemente di uno stile di messa in scena, mi sembra in questo modo venire meno la distinzione fra etica e estetica. Beninteso, c'è sempre del documentario nella finzione, così come della finzione nel documentario, ma è la natura ontologica dell'immagine a essere rimessa in gioco: immagini "vere" per raccontare una storia "inverosimile".

Il cortocircuito che ne scaturisce dovrebbe far saltare sulla poltroncina, ma lo spettatore medio finisce con l'uscire dal cinema schifato da mutazioni e fluidi corporei. Baarìa di certo è molto meno disturbante, con le sue immagini patinate e rassicuranti che... quelle sì che fanno vomitare.


Lasciamo perdere il confronto con l'originale del 1974. PELHALM 123 cede forse proprio dove meno te lo aspetti, lo script di Brian Helgeland, sceneggiatore che non ha forse il tocco di Mida ma che annovera nella sua filmografia L.A. Confidential, Mystic River e Man on Fire.

Ma anche Tony Scott ci mette del suo. E definire la sua messa in scena senza infamia e senza lode significa non tener conto che questa volta le sue immagini girano a vuoto come in un caleidocopio in cui ti apetti che ciò che vedi acquisti prima o poi un senso.

Senso che non arriva né dalla sceneggiatura (protagonisti senza spessore, e personaggi di contorno inesistenti) né dalla messa in scena che, forse non supportata dallo script, mostra tutti i suoi limiti con immagini fasulle (una New York irreale, scontri d'auto impossibili) e un ritmo che non lascia spazio alla riflessione.

Budget all'insegna dello spreco per un action telefonato e senza spunti interessanti. Tracciato piatto anche per quello che riguarda la recitazione.
Un remake "post 11 settembre" che non si doveva fare.


[kwaidan]




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27 settembre 2009

Baarìa... bigger than life... ovvero l'arte del sogno

Fra il sogno e la fiaba, il teatrino epico dei pupi e la narrazione orale, Tornatore racconta il dramma di Peppino comunista analfabeta allevatore di mucche, poveraccio che s'innamora di una ragazza bellissima, costretto a rapirla per sposarla in chiesa. Diventerà politico riformista e un padre maestro di tolleranza, vivendo in una terra dura, campo di battaglia tra mafia, feudatari, contadini e nuova classe dirigente.

Una storia di una pregnanza inaudita da cui scaturisce un film esagitato, visivamente pomposo, poeticamente sopra le righe, fracassone e ricco di caratteri bidimensionali che si affastellano nella prima mezz'ora togliendo il respiro allo spettatore. Il tutto sovrastato in modo magniloquente e spesso invadente dalle musiche di Morricone.

La sensazione che rimane di questa baraonda è quella di un film rassicurante, pacifico, emozionante al punto giusto... che sa di brodo di dado Knorr. Visivamente "bello come una cartolina", con l'apparizione di un numero esorbitante di attori siciliani, il film di Tornatore in certi momenti funziona come prodotto di promozione della Sicilia Film Commission.

O magari no. Anziché prodotto commerciale per le masse anestetizzate dalle fiction televisive, forse Baarìa è un misterioso film d'autore tanto sincero da trasfigurare l'autobiografismo in esibizionismo. Una storia narrata sulla base della memoria spesso ingannevole, una memoria selettiva che preserva i momenti preziosi di una vita come ritagli di pellicole di quei film che ci hanno segnato nella nostra giovinezza. La vita vissuta come un sogno, ti svegli ed è già finita. Perché che non si tratta di realismo in senso stretto, che esista molto più di una osmosi fra sogno e reale lo stanno a dimostrare i sogni premonitori, le immagini oniriche, uova rotte e serpi, che hanno un riscontro nella realtà. E quei dolly che continuamente ci sollevano con leggerezza da terra lasciandoci sospesi in una dimensione spettatoriale privilegiata ma anche irreale tradiscono la componente falsificatrice del cinema.

Era l'iperrealismo che vedeva nel cinema (nelle arti in generale) la capacità di falsificare la realtà. E quello di Tornatore è un occhio smaliziato, perfettamente consapevole, a differenza dello spettatore, della natura di falsificazione del cinema. Ma tale consapevolezza non lo porta al raggiungimento di una dimensione iperrealista, in quanto mentre nell'iperrealismo l'artista si arrendeva all'inevitabilità della ripetizione dell'esperienza, alla sua riproducibilità tecnica, e il soggetto svaniva nell'oggettività della riproduzione, Tornatore realizza un film strabordante di autorialismo, soggettivismo e narcisismo.

Tornatore non mette insieme come nell'iperrealismo i pezzi di una realtà fittizia ricostruita visivamente nei minimi dettagli (ambientazioni, abiti, oggetti, colori delle varie epoche attraverso cui si dipana la storia), ma ripensa i dati di quella falsa realtà attraverso il loro riutilizzo in termini di consapevolezza della loro natura di falsificazione.

Il rischio era che lo spettatore cadesse nell'illusione del falso realismo. Fortunatamente nel finale Tornatore si prende le sue responsabilità avvertendoci che si è trattato solo di un sogno, o meglio dell'operazione di dare concretezza di realtà al sogno, al di là dell'apparente grado di realismo della narrazione.

[kwaidan]




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24 settembre 2009

Bastardi senza gloria!

Tarantino decide di crescere e girare un film “classico”, sempre e comunque suo ma con una dose di ammiccamenti allo spettatore e leziosità citazioniste (e autoreferenziali) decisamente inferiore al solito. Finalmente: per me, la sua miglior pellicola da anni. Il Nostro perde un po’ di vizio ma non certo il tocco, alcune sequenze condotte magistralmente e dilatate a dismisura (vedi quella tutta a nervi tesi della taverna) stanno lì a significare come il buon quentin sia soprattutto un sapiente regista prima ancora che un banale pulpettaro trendsetter come qualche fan senza cervello l’etichetta(va). Ancora divisione in capitoli della vicenda, pochissimi salti temporali e rapidi flashback, qualche sovrimpressione, ma poco altro: ad essere sopra le righe è al solito lo svolgimento ludico e smaccatamente memore di decenni di cinema “basso” che non teme di intrattenere trattando anche temi delicati come la seconda guerra mondiale.
Ma senza esagerare: i buoni sono sporchi e sbruffoni, i cattivi a loro modo integerrimi, non per niente a fare la figura dei cretini sono solo le alte sfere (Hitler e Goebbels, loro sì, due macchiette!).
Ancora una volta siamo al cospetto di grande cinema: echi di western nella Francia occupata dai nazisti, una manciata di improbabili eroi uccidono e scalpano i tedeschi diventando lo spauracchio di Hitler. E poi piani segreti, colpi di scena, violenza esagerata e pathos: come sempre c’è tutto l’amore del regista per la settima arte, non per nulla gran parte della storia si svolge attorno e dentro ad una sala cinematografica, e personaggi davvero memorabili senza dover ricorrere forzatamente a dialoghi logorroici o caratteristiche facilmente vendibili.
Su tutti lo strepitoso Hans Landa di Christoph Waltz, sedicente detective “prestato” al nazismo col titolo di cacciatore di ebrei, colto (parla 4 lingue perfettamente, vedere per credere!), ironico, spietato, irresistibile. Ma è tutto un gran gioco di squadra di attori formidabili: dal Brad Pitt che biascica facendo le smorfie da don Vito Corleone (come notava giustamente Paolo Virzì seduto con noi in sala) nei panni di Aldo l’Apache, all’adorabile e determinata Melanie Laurent castiganazi. Uniche riserve per Eli Roth (miracoli dell’amicizia) e Diane Kruger, piuttosto incolore e ingabbiata in un personaggio che suscita antipatia nonostante sia schierata dalla parte “giusta”.

Impossibile pensare al doppiaggio italiano di una pellicola nata e legata in tutti i suoi aspetti alle diverse lingue parlate dai protagonisti, con sviluppi di trama e gag legate ad accenti e pronunce: non credo che “sporcherò” l’ottima impressione del film con la visione della versione italiana. Mi spiace per chi non potrà vederlo in lingua originale... almeno all’uscita su grande schermo.

[1chi]



Come scriveva Roger Ebert a proposito di Pulp Fiction... "E' il migliore film dell'anno... o il peggiore".

Bastardi senza gloria ha il merito, come tutti gli altri film di Tarantino di essere un oggetto difficilmente classificabile, non tanto come genere ma come oggetto filmico e oggetto di valutazione. Soprattutto è un film che come gli altri non si concede a una unica visione.

A posteriori possiamo dire che Le iene reinventava un genere. Pulp Fiction forniva una nuova estetica agli anni Novanta. Jackie Brown apriva al remakexploitation, Kill Bill rimarrà come il suo testamento estetico. Death Proof il ritorno dall'aldilà per dimostrare di essere ancora vivo...

Bastardi senza gloria è un film di Quentin Tarantino e non un film "alla Tarantino". Ci sono gli eccessi visivi e narrativi tipici del suo cinema, dialoghi ben scritti e sequenze ottimamente costruite, infischiandosene di qualsiasi pretesa di realismo, sia estetico che narrativo (e il finale è emblematico in questo senso).

Ma è un film che come gli altri dovrà sedimentare, richiedere una seconda visione e una terza e crescere nell'immaginario collettivo così come nei nostri animi cinefili.

Dopo aver visto l'edizione originale prevedo momenti duri per i doppiatori dato che il film è equamente recitato in tedesco francese e inglese con una esilarante sequenza in italiano... Per non parlare dell'importanza delle inflessioni e degli accenti. Staremo a vedere.

[kwaidan]




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The best movie in film history




Davanti all'obiettivo io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte
(Roland Barthes)



Il godimento delle opere d’arte è stato spesso invocato come efficace mezzo educativo, nel senso che esso, proprio mentre si volge a cogliere l’opera come pura forma, invita con lo sguardo a farsi veggente, col che raccoglie l’animo in sé stesso, lo preserva dalla distrazione, lo abitua all’interpretazione, ne educa gli interessi, lo dispone al valore e lo apre ai culmini della vita spirituale
[Luigi Pareyson]


I don't know why he saved my life. Maybe in those last moments he loved life more than he ever had before. Not just his life, anybody's life, my life. All he'd wanted were the same answers the rest of us want. Where did I come from? Where am I going? How long have I got? All I could do was sit there and watch him die



Farò su di loro terribili vendette,

castighi furiosi,
e sapranno che io sono il Signore,
quando eseguirò su di loro la vendetta
[Ezechiele 25,17]


Nessun'altra arte come il cinema va direttamente ai nostri sentimenti, allo spazio crepuscolare nel profondo della nostra anima, sfiorando soltanto la nostra coscienza diurna. Un nulla nel nostro nervo ottico, uno shock: ventiquattro quadratini illuminati al secondo, e tra di essi il buio
(Ingmar Bergman)


Se hai intenzione di dire la verità al pubblico, cerca di essere divertente o ti uccideranno
[Billy Wilder]


Self-plagiarism is style
(Alfred Hitchcock)


Un film è - o dovrebbe essere - più come la musica che come la narrazione. Dovrebbe essere una progressione di stati d'animo e sentimenti. Il tema, ciò che sta dietro le emozioni, il significato, tutto ciò dovrebbe venire dopo.
[Stanley Kubrick]





































































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